La memoria collettiva italiana conserva storie che, seppur datate, continuano a risuonare con una bruciante attualità. Tra queste spicca la tragica odissea di Enzo Tortora, il carismatico presentatore di “Portobello”, la cui esistenza fu sconvolta da accuse infondate e da un sistema giudiziario implacabile. La sua vicenda, simbolo di un’ingiustizia profonda, viene ora magistralmente rievocata nella serie televisiva “Portobello”, diretta da Marco Bellocchio, un’opera che trascende la semplice cronaca per addentrarsi nelle complesse dinamiche di giustizia, potere e isolamento, stimolando una riflessione critica sul passato e sul presente della nazione.
Ambientata negli ultimi anni Settanta, la trama di “Portobello” ricostruisce fedelmente l'apice della carriera di Enzo Tortora, giornalista e conduttore amato da milioni di spettatori, il cui programma omonimo registrava ascolti record. Un successo coronato persino dall'onorificenza di Commendatore della Repubblica conferitagli dal Presidente Sandro Pertini. Tuttavia, il 17 giugno 1983, la sua vita prende una svolta drammatica con un arresto inaspettato, l'inizio di un calvario giudiziario che lo vede passare dal carcere agli arresti domiciliari, da una condanna iniziale a una piena assoluzione finale. Un percorso segnato anche da una candidatura al Parlamento europeo, scelta audace per riaffermare la propria dignità.
Le accuse contro Tortora si basavano unicamente sulle dichiarazioni di diciassette collaboratori di giustizia, tra cui Giovanni Pandico, ex membro della Nuova Camorra Organizzata e assiduo spettatore di “Portobello”. Mancavano prove concrete come intercettazioni o riscontri bancari, solo parole che demolirono la vita di un uomo innocente. La serie TV, distribuita su HBO Max dal 20 febbraio con un episodio settimanale, affronta con acuta sensibilità il tema dell’errore giudiziario, ponendo interrogativi sulla responsabilità e sull'impatto delle decisioni del sistema giudiziario sulla vita degli individui.
Il cast di “Portobello” vanta interpretazioni di grande spessore. Fabrizio Gifuni incarna Enzo Tortora con una profondità che evoca l'essenza del personaggio, senza cadere nella mera imitazione, confermandosi tra i più talentuosi attori italiani. Accanto a lui, Lino Musella interpreta Giovanni Pandico, il camorrista le cui accuse infondate innescano l'intera vicenda, un uomo affascinato dalla televisione e desideroso di un ruolo di primo piano. Barbora Bobulova presta il volto ad Anna Tortora, la sorella e co-ideatrice del programma, figura di lucida difesa pubblica. Romana Maggiora Vergano interpreta Francesca Scopelliti, la compagna fedele che rimane al fianco di Tortora durante la sua lunga sofferenza. Alessandro Preziosi è il giudice istruttore Giorgio Fontana, firmatario dell'ordine di arresto basato su testimonianze rivelatesi false, mentre Fausto Russo Alesi veste i panni del pubblico ministero Diego Marmo, che anni dopo chiederà scusa alla famiglia Tortora. Il cast si arricchisce di altri nomi come Davide Mancini, Tommaso Ragno, Gianfranco Gallo e una sorprendente Valeria Marini, che interpreta Moira Orfei, tra le poche personalità del mondo dello spettacolo a schierarsi apertamente in difesa di Tortora.
La vera storia di Enzo Tortora, nato a Genova nel 1928, è quella di un giornalista e conduttore che ha costruito la sua carriera con integrità e uno stile sobrio, lontano dal divismo. “Portobello” divenne un fenomeno culturale, offrendo una piattaforma a gente comune per esprimere piccole e grandi ingiustizie. Dopo il terremoto dell'Irpinia del 1980, Tortora organizzò una raccolta fondi indipendente, e nel 1982 fu insignito del titolo di Commendatore di Gran Croce. L'arresto del 17 giugno 1983 fu uno shock mediatico, con gran parte della stampa che lo trattò come un colpevole già accertato. Nonostante sette mesi di carcere e gli arresti domiciliari, Tortora proclamò sempre la sua innocenza, dividendo l'opinione pubblica. Figure come Enzo Biagi, Indro Montanelli e Leonardo Sciascia si schierarono a suo favore. Nel 1984, candidato dal Partito Radicale, fu eletto al Parlamento europeo. Sebbene una condanna a 10 anni in primo grado nel 1985, Tortora si dimise da parlamentare per affrontare l'appello senza immunità. Il 15 settembre 1986 fu assolto con formula piena dalla Corte d'Appello di Napoli, verdetto confermato dalla Cassazione il 13 giugno 1987. Tornò in TV per una breve stagione di “Portobello” come gesto di riscatto, ma morì il 18 maggio 1988, chiudendo una delle pagine più dolorose della storia giudiziaria e televisiva italiana.
Marco Bellocchio, noto per il suo cinema di visioni e ossessioni, affronta la figura di Enzo Tortora non come un cronista, ma come un artista che scava nelle pieghe della memoria. Il regista sottolinea come il punto di partenza sia sempre un'immagine, un'ossessione viscerale. Per “Portobello”, il tema centrale è la solitudine di Tortora, un uomo popolarissimo ma isolato, inviso a una potente élite intellettuale. Bellocchio descrive Tortora come un liberale borghese privo di padrini politici o appartenenze a logge massoniche, una condizione che lo rese vulnerabile. La serie esplora anche l'umanità dei compagni di cella che riconobbero la sua innocenza e il «odio feroce» che Tortora sviluppò verso alcuni giudici, vittime di un'idea missionaria di giustizia, ma incapaci di riconoscere il proprio errore.
Per Fabrizio Gifuni, l'interpretazione di Enzo Tortora in “Portobello” si inserisce in un percorso più ampio di riflessione sulla storia italiana recente. Questo non è un ritorno nostalgico, ma una necessità di comprendere il presente attraverso il passato. Bellocchio stesso ha sottolineato come la serie non cerchi di riscrivere la storia, ma di esplorare i meccanismi che hanno portato a eventi come quello di Tortora. Il rapporto tra Gifuni e Bellocchio si è consolidato nel tempo, attraverso collaborazioni che hanno dato vita a un sodalizio artistico paragonabile alle grandi compagnie teatrali inglesi, dove gli attori affrontano ruoli diversi con la stessa intensità. Questo approccio collettivo e profondo contribuisce alla straordinaria qualità della serie.
La vicenda di Enzo Tortora, per la sua assurdità, sembra quasi uscita da un'opera kafkiana. Tuttavia, è una realtà tragica che Bellocchio ha ricostruito con la precisione di un documentarista e la visione di un cineasta. “Portobello” si configura come puro cinema di impegno civile, un genere in cui i registi italiani hanno eccelso negli anni Settanta. La serie è impeccabile nella sua ricostruzione storica e visiva, mostrando con incredibile potenza la sofferenza di un uomo innocente e della sua famiglia. L'eccezionale cast, con Gifuni in testa, contribuisce a dare un senso profondo a questa storia. Il caso Tortora non fu un evento isolato; si inserisce in un'Italia post-anni di piombo, dove la criminalità organizzata assumeva nuove forme e alimentava fantasmi mai sopiti. Bellocchio, con questa serie, riesce a spiegare in modo esemplare questo complesso contesto storico.