Le vette svizzere, in particolare l'Eiger con la sua temuta parete Nord, hanno da sempre attratto gli alpinisti più audaci, desiderosi di superare i propri limiti di fronte alla natura selvaggia. Le cronache delle prime ascensioni invernali, avvenute nel 1961 e nel 1966, narrano storie di straordinaria determinazione, innovazione tattica e, purtroppo, anche di dolorose perdite. Queste imprese non solo hanno ridefinito le possibilità dell'alpinismo estremo, ma hanno anche catturato l'attenzione del mondo intero, trasformando la montagna in un palcoscenico per gesta eroiche e drammatiche.
Le maestose montagne dell'Oberland bernese, come la Jungfrau e il Mönch, dominano il paesaggio svizzero. Tuttavia, è l'Eiger, soprannominato 'l'Orco' nonostante non raggiunga i quattromila metri, a esercitare un fascino irresistibile sugli alpinisti, principalmente per la sua imponente parete Nord. Questa muraglia di roccia e ghiaccio, alta quasi duemila metri, è rinomata per la sua estrema difficoltà e le condizioni climatiche imprevedibili. Il celebre alpinista francese Gaston Rébuffat la descrisse come una 'cattiva sorpresa' che incute timore, mentre l'austriaco Heinrich Harrer, parte della storica cordata del 1938 che realizzò la prima salita della Nord, ne sottolineò la pericolosità. La parete presenta un'alternanza di sezioni verticali di calcare friabile e ripidi pendii ghiacciati, costantemente minacciati da scariche di sassi, rendendola una delle sfide più letali dell'alpinismo mondiale.
La storia della parete Nord dell'Eiger è costellata di tentativi tragici. Già nel 1935, i bavaresi Karl Mehringer e Max Sedlmayer perirono per sfinimento. L'anno seguente, un'altra spedizione composta dagli austriaci Edi Rainer e Willy Angerer, e dai bavaresi Anderl Hinterstoisser e Toni Kurz, fu colta da una tempesta. Nel tentativo di discendere, tutti persero la vita, con Kurz che morì a pochi metri dai soccorritori, intrappolato nella corda. Anche i vicentini Bortolo Sandri e Mario Menti caddero fatalmente dalla parete, alimentando la sinistra reputazione della 'parete assassina'. La prima vittoria fu finalmente conquistata nel 1938 da una cordata mista di austriaci (Heinrich Harrer, Fritz Kasparek) e bavaresi (Ludwig Vörg, Anderl Heckmair), i quali unirono le forze sulle fessure terminali.
Anche dopo la prima salita, le ripetizioni della Nord continuarono a essere estremamente rischiose. Prima della storica ascensione invernale del 1961, che vide protagonisti i bavaresi Toni Hiebeler, Toni Kinshofer, Anderl Mannhardt e l'austriaco Walter Almberger, la parete aveva già mietuto 17 vittime tra i 47 alpinisti che avevano osato affrontarla. Hiebeler, noto scrittore, fotografo e direttore della rivista 'Alpinismus', fu la mente organizzativa dietro questa impresa epica. L'alpinista di punta, quasi sempre in testa, era Kinshofer, una figura leggendaria dell'alpinismo bavarese. La sua vita, segnata da un'esperienza drammatica sul Nanga Parbat che gli causò gravi congelamenti, si concluse tragicamente con una caduta sulla falesia di Battert, vicino a Baden Baden.
Dopo un primo tentativo frustrato dal maltempo, i quattro alpinisti ripresero l'assalto attraverso lo Stollenloch, un tunnel di ventilazione della ferrovia dello Jungfraujöch. I racconti di Hiebeler descrivono 'condizioni proibitive' e 'passaggi spaventosi', con 'pochissime possibilità di assicurazione'. La Fessura Difficile e la Traversata Hinterstoisser erano completamente ricoperte di ghiaccio, ma Kinshofer, descritto come un 'dio' per la sua abilità, apriva la strada. Nonostante un miglioramento sui grandi nevai, la Rampa si presentava corazzata di ghiaccio, e una bufera si abbatté sugli alpinisti durante la Traversata degli Dei. Un volo di Hiebeler nel ghiacciato budello del Ragno mise a rischio l'intera squadra, ma fortunatamente riuscirono a superare l'ostacolo. Al mattino del settimo giorno, Almberger, Mannhardt, Kinshofer e Hiebeler si ritrovarono finalmente sulla vetta gelida, stringendosi in un abbraccio liberatorio.
Cinque anni dopo, nel 1966, l'Eiger tornò a essere il centro dell'attenzione globale. Hotel alla Kleine Scheidegg si riempirono di giornalisti e curiosi accorsi per seguire la competizione tra due squadre, una tedesca e una anglo-americana, che ambivano a completare la prima via diretta invernale sulla parete Nord. Il successo degli alpinisti invernali sulle grandi pareti alpine, come Walter Bonatti e René Desmaison, aveva già acceso i riflettori dei media sull'alpinismo estremo. La via prescelta era di difficoltà inaudita, e la rivalità tra i due gruppi rievocava la frenesia mediatica già vista otto anni prima sulla Cima Ovest di Lavaredo. Toni Hiebeler stesso scrisse che le redazioni delle più importanti riviste europee erano afflitte da una vera e propria 'eigerite', con inviati e troupe televisive che seguivano ogni sviluppo.
Il team tedesco, composto da Karl Golikow, Peter Haag, Jörg Lehne, Siegfried (Sigi) Hupfauer, Rolf Rosenzopf, Günther Schnaidt, Günther Strobel e Roland Vötteler, iniziò la salita il 17 febbraio. Tre giorni dopo, fu la volta degli statunitensi John Harlin e Layton Kor, affiancati dagli scozzesi Dougal Haston e Don Whillans. Chris Bonington, un'altra stella dell'alpinismo britannico, sebbene inizialmente inviato come giornalista per il Daily Telegraph, si unì presto ai compagni in parete. Utilizzando corde fisse e grotte-bivacco scavate nel ghiaccio, gli alpinisti si alternavano rapidamente, intensificando la competizione. I due team iniziarono fissando corde parallele, una tattica che si rivelò presto insensata. Jörg Lehne propose a Bonington di unire le forze, e l'inglese acconsentì, ma John Harlin, il capospedizione, rimase perplesso.
Il 21 marzo, quattro alpinisti tedeschi emersero sui pendii del Ragno, ormai vicini alla cima. Dietro di loro, Harlin e Haston passarono la notte nel temuto 'bivacco della morte', lo stesso luogo dove nel 1935 avevano perso la vita Mehringer e Sedlmayer. Entrambi i gruppi erano ansiosi, con le previsioni meteo che annunciavano un grave peggioramento entro 24-48 ore. Fu allora che si abbatté la tragedia. La mattina del 22 marzo, Pete Gillman, che collaborava con il team anglosassone, osservando la parete con un cannocchiale, vide una sagoma scura precipitare. Alla domanda di Bonington se si trattasse di uno zaino, Gillman rispose con certezza di aver visto gambe e braccia muoversi. Poche ore dopo, Chris e Layton, saliti con gli sci alla base della parete, trovarono il corpo straziato di John Harlin, 'grottesco, sfigurato dall'impatto di un volo di 1500 metri, ma ancora orrendamente riconoscibile'. La causa della tragedia fu la rottura di una corda fissa.
La rottura delle corde impedì agli alpinisti rimasti in basso di proseguire. I cinque membri della squadra rimasti sul Ragno, dopo una breve discussione sull'opportunità di ritirarsi, decisero di continuare la salita per onorare la memoria di John Harlin. Avevano esaurito le corde, e per avanzare furono costretti a recuperare quelle fissate più in basso, tagliandosi così ogni via di fuga. Il 23 marzo, mentre il tempo peggiorava rapidamente, Dougal Haston si legò in cordata con Jörg Lehne, Sigi Hupfauer, Günther Strobel e Roland Vötteler. Dopo due giorni di lotta estenuante in una bufera infernale, i cinque alpinisti raggiunsero finalmente la cima. All'inizio del nevaio sommitale, un pendio ghiacciato con una pendenza di 60 gradi, la corda fissata dai primi Lehne e Strobel fu strappata dal vento. Haston, che guidava la seconda cordata, fu costretto a salire per una cinquantina di metri senza piccozza né martello, descrivendo l'esperienza come la volta in cui era stato 'più vicino ai confini della vita'.
Sui 3970 metri della vetta, Chris Bonington attendeva gli alpinisti, accompagnandoli in una grotta di ghiaccio che aveva scavato insieme a Mick Burke e Toni Hiebeler, anch'egli presente in veste di giornalista. La notte, il fumo delle Gauloises di Burke rischiò di soffocare tutti, e il giorno seguente la nebbia fitta rese la discesa lungo la via normale estremamente difficile. Successivamente, iniziò un vortice di interviste per televisioni e giornali, che celebrarono la nuova via dedicata a John Harlin. Jörg Lehne, con una semplice frase, riassunse l'intera esperienza: 'È stata l'avventura più terribile della mia vita'.